(La lettera è stata pubblicata sulla rivista Settimana)
Anche la propria vita è un bene “non disponibile”?
Cara Settimana,
mi permetto di entrare nel dibattito che nei mesi scorsi ha accompagnato la nostra vita di credenti e di cittadini e che continua tuttora.
“La vita dell’uomo non è un bene disponibile”: Benedetto XVI ha ribadito questa convinzione nel suo discorso ai malati l’11 febbraio 2009. L’affermazione del papa non è altro che il richiamo di un principio che ogni cristiano riconosce come uno degli elementi costitutivi della sua fede. Le circostanze hanno voluto che questo richiamo si collocasse nel contesto di quanto è avvenuto a proposito del cosiddetto caso Englaro. Inoltre, non molto tempo fa, abbiamo vissuto le drammatiche esperienze di Terry Schiavo e di Piergiorgio Welby.
Su queste vicende si sono scatenate polemiche scientifiche, politiche, culturali, etiche e religiose… Anche noi cattolici abbiamo detto di tutto e di più, dando in alcuni casi – tanti, troppi – l’impressione di volere invadere il campo del vivere umano con la presunzione di avere la verità in tasca e di essere obbligati in qualche modo a pro-im-porla anche a coloro che non condividono la nostra stessa fede.
Sotto la spinta di questi avvenimenti, prima il governo ed ora il parlamento italiani intendono promulgare la legge sul cosiddetto testamento biologico, prevedendo, tra l’altro, l’impossibilità per la persona di rinunciare ai trattamenti di nutrizione e idratazione artificiali.
Non possiamo, al momento, prevedere quale sarà l’esito di questo itinerario legislativo. Dobbiamo però, come cristiani, avere la precisa coscienza di quello che dovrebbe essere il punto di partenza.
A tale proposito – ed è questo il motivo che mi ha spinto a prendere l’iniziativa di scrivere a Settimana – un mio amico medico mi ha posto questa domanda: “È teologicamente corretto dire che la vita è un bene non disponibile?”. Lui è neurologo e ogni giorno ha a che fare con situazioni analoghe a quelle di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo. È neurologo ed è un cristiano convinto e motivato che ogni giorno si trova di fronte al problema di coniugare la sua fede con il dramma di persone che, davanti alla prospettiva di rimanere in vita solo attraverso una macchina, esprimono il desiderio che questo non avvenga.
Il più delle volte i motivi della loro scelta sono legati all’accettazione serena della conclusione naturale della loro esistenza terrena o alla volontà di non condannare i loro familiari ad un’esperienza psicologicamente devastante, prigionieri di quel meccanismo ancestrale che porta a credere che finché c’è vita c’è speranza dovendo poi costatare attimo per attimo che non è così.
La vita umana è un bene non disponibile? Non credo che a questa domanda si possa rispondere con un sì dogmatico, senza l’umiltà di percorrere il sentiero storico-salvifico che ci consenta un profondo e sincero confronto con il pensiero di Dio. Noi cristiani ogni giorno ripetiamo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù: “sia fatta la tua volontà”. Di fronte a problemi nuovi, inimmaginabili qualche tempo fa, credo che sia un atteggiamento corretto dal punto di vista cristiano quello di diventare attenti uditori della Parola, affinché non succeda che la proclamazione dei principi finisca per diventare solo l’espressione della nostra volontà, viziata sempre e comunque dalla nostra debolezza e dal nostro peccato.
Il problema dell’idratazione e della nutrizione artificiali di una persona in coma vegetativo persistente, con nessuna probabilità di rianimazione, non trova risposta univoca neppure nel mondo medico. Questo dovrebbe portarci a concludere che l’unica verità che, in questi casi, merita di essere presa in considerazione è la persona stessa, con tutto il suo bagaglio di esperienza e di convinzioni maturate, e soprattutto, per noi cristiani, nella sua configurazione genesiaca. Si tratta, cioè, di prendere in considerazione l’uomo così come Dio lo ha pensato e voluto quando lo ha creato a sua immagine e somiglianza.
Tra le sue caratteristiche fondamentali e costitutive, come ben sappiamo, c’è la libertà donata da Dio stesso che – ed è questo il punto – si preoccupa anche che la sua creatura possa realmente e concretamente esercitare questo dono. L’albero della scienza del bene e del male è nel cuore del giardino a completa disposizione dell’uomo, che, proprio per questo, è messo da Dio nella condizione di scegliere liberamente se vivere secondo il suo progetto oppure no. La vita è un dono e proprio perché tale Dio la mette a disposizione dell’uomo che ne può fare quello che vuole attraverso l’esercizio di quella libertà che la qualifica come vita umana, non per una rivendicazione presuntuosa dell’uomo, ma esclusivamente perché questa è la precisa ed esplicita volontà di Dio.
Naturalmente questo non significa che l’uomo possa disporre della vita come meglio crede senza dover fare i conti con colui che gliel’ha donata. Il giudizio di Dio – ci ricorda ogni pagina della sacra Scrittura – interviene a verificare se l’uomo ha usato la sua libertà per realizzare se stesso in una dinamica d’amore o se si è abbandonato all’egoismo con tutte le drammatiche conseguenze che ne derivano. Ma questo non ci deve far dimenticare che, in ogni caso, Dio non vincola l’uomo ad una legge che gli impedisca di esercitare la sua libertà. Dio, in altre parole, non ha sradicato l’albero della scienza del bene e del male e non ha trasformato l’uomo in un animale addomesticato, lasciandolo invece ancora e sempre libero di dirgli il suo sì o il suo no.
A proposito del giudizio di Dio nei confronti dell’uomo che usa male della sua libertà, la storia della salvezza ci ricorda come Egli impegni tutto se stesso perché l’uomo si renda conto che solo l’esercizio positivo della sua libertà lo realizzerà in maniera autenticamente umana. Ma in nessun caso la rivelazione che Dio fa di sé e del suo progetto intaccherà la libertà dell’uomo o la concreta possibilità di esercitarla. Basti pensare alla straordinaria e affascinante realtà dell’alleanza stipulata con il popolo ebraico e rinnovata e universalizzata in Cristo: non lascia adito a nessun dubbio che il rapporto che Dio intende avere con l’uomo è un rapporto d’amore. E l’amore è possibile solo se è l’incontro di due libertà che si donano reciprocamente. Non è senza significato che l’identità di un cristiano cominci a configurarsi con l’accettazione di quell’invito che Gesù esprime in maniera inequivocabile come una proposta di assoluta libertà: “Se vuoi…”. L’uomo, secondo la volontà di Dio, è libero di disporre dei suoi doni a partire da quello della vita, fermo restando che ne dovrà rendere conto a Dio stesso.
In questa cornice, va inserita una seria riflessione sul fatto che l’uomo, secondo il progetto di Dio, è essenzialmente relazionale e, tra i suoi compiti, c’è anche e soprattutto quello di fare in modo che la sua libertà non violi mai quella degli altri. Resta il fatto che, proprio perché libero, lo può fare, lo ha fatto e continuerà a farlo. Proprio per questo, nella concretezza della storia la libertà di ciascuno può e deve essere circoscritta attraverso quelle leggi che, richiamando i diritti fondamentali di ogni uomo, orientino tutti verso un giusto esercizio della libertà e puniscano coloro che ne fanno cattivo uso, danneggiando gli altri. La sacra Scrittura, basti pensare al decalogo, è ricca di suggerimenti e indicazioni che permettano all’uomo di realizzarsi in una convivenza giusta e fraterna, facendoci tuttavia comprendere, attraverso la missione di Cristo, che una convivenza autenticamente umana si realizza quando e se alla base c’è un sincero rapporto d’amore.
Nella convivenza umana, dunque, ci ricorda anche la Bibbia, un posto di assoluto rilievo lo hanno le leggi destinate a salvaguardare i diritti di tutti e di ciascuno. Quello che sorprende, nella sacra Scrittura, è che non troviamo in nessun passo un esplicito divieto di togliersi la vita. Sant’Agostino scrive: «Non senza ragione nei libri santi e canonici mai si può trovare il precetto o il permesso divino di inferire la morte a noi stessi, né per raggiungere la stessa immortalità, né per liberarci da qualche male o per prevenirlo. Dobbiamo intendere infatti che riguarda anche noi la proibizione della legge che dice: Non ucciderai (Es 20,13), specialmente per il fatto che non si soggiunge “Il tuo prossimo”, come quando ci proibisce la falsa testimonianza, dicendo: Non dirai falsa testimonianza contro il tuo prossimo (Es 20,13.16)…» (Agostino, La città di Dio, 1,20).
Con tutto il rispetto per s. Agostino, la sua lettura sembra una forzatura. Mi sono chiesto perché manchi questo divieto. Senza nessuna pretesa di aver colto nel segno, credo che la risposta si possa cercare nel fatto che una persona che si toglie la vita lo faccia o per disperazione o per amore. Né la disperazione né l’amore possono essere proibiti per legge. Abbiamo dunque a che fare con un Dio che legifera sulla proibizione di impadronirci in un modo o in un altro della vita degli altri ma che tace di fronte alla eventuale decisione di disporre della propria vita decidendo di togliersela.
Non è una questione di poco conto e, mi pare, non si può ignorarla quando si cerca la risposta teologica alla domanda se la vita sia o no un bene disponibile. La prospettiva teologica sembra orientarci verso un rispetto assoluto della libertà personale, lasciando che sia Dio stesso a giudicare se chi ha disposto della sua vita in questo modo lo abbia fatto per amore o per egoismo o solo perché prigioniero di una disperazione alla quale la sua esperienza umana, per quelle ragioni misteriose che attraversano il cuore e che solo Dio conosce, non ha trovato risposta.
Mi domando allora se sia teologicamente corretto condannare una persona a rimanere prigioniera delle convinzioni etiche e religiose di altri. Se Dio non pretende di piegare la volontà di nessuno vincolandola alla sua, come può un uomo di fede bypassare questa verità attribuendosi un potere che Dio per primo dimostra di non riconoscere? Come si può, in questa prospettiva teologica, ignorare la volontà di chi, per ragioni che solo Dio può giudicare, decide in cuor suo di non voler rimanere attaccato a nessuna macchina nel caso in cui si trovasse in una condizione di coma vegetativo persistente senza alcuna possibilità di risveglio? Tornano in mente le parole che Paolo VI rivolgeva ai medici nel 1970: «In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile?».
E nel caso in cui non si potesse accertare la volontà della persona? In questo caso posso solo dire quello che vorrei fosse fatto a me: a decidere se debba o no rimanere attaccato ad una macchina, sia essa della respirazione o della nutrizione e idratazione artificiali, vorrei che fosse una persona che mi vuole bene. Credo infatti che l’amore, in ogni circostanza della vita, è sempre il migliore dei consiglieri e chi agisce per amore agisce per la vita.