XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-4
Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna: per la terza volta Gesù, rivolgendosi ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, usa l’immagine della vigna. Si tratta di un trittico straordinariamente efficace per capire come Gesù vede e vuole i suoi discepoli e la sua chiesa. E per capire che cosa Gesù chiede a coloro che sono chiamati a guidarla con serietà e responsabilità. Il messaggio che accomuna la tre parabole è che nessuno può dirsi cristiano e far parte della chiesa se pensa che si possa credere solo a parole e dimentica che la fede autentica impegna a fare la volontà di Dio. Questo è l’insegnamento che i responsabili della comunità debbono testimoniare e trasmettere. Con la parabola che abbiamo ascoltato in questa domenica e che conclude il trittico, Gesù lancia un ulteriore messaggio: chi si impegna e fatica per coltivare la vigna non deve cadere nella tentazione di appropriarsene. L’impegno e la fatica sono indispensabili ma non sono l’unico criterio per valutare la serietà della nostra fede. Occorre verificare se le intenzioni che ci animano corrispondono a quello che Dio vuole da noi o se abbiamo fatto della sua chiesa uno strumento per affermare noi stessi o per interessi personali. La chiesa non deve mai diventare proprietà di chi la guida e nemmeno di chi ci vuole stare dentro e pensa che possa manipolarla e adattarla ai suoi gusti e ai suoi pensieri.
Nessuno di noi apprezza chi si appropria di qualcosa che appartiene a qualcun altro tanto meno quando abbiamo la consapevolezza della cura e della passione con le quali l’ha realizzata. La chiesa, e prima ancora il popolo dell’antica alleanza, nascono dal cuore e dalla volontà di Dio che ha pensato di farne segni e strumenti della sua presenza e del suo amore dentro la storia umana. Ma coloro che nella fede avrebbero dovuto coltivare la vigna hanno ceduto alla tentazione di farsene padroni. Gesù muove questo rimprovero ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo invitandoli a rileggere la storia della salvezza caratterizzata dal rifiuto e dalla persecuzione nei confronti dei profeti e ormai prossima a consumare l’ultimo e più drammatico atto di ribellione nei confronti di Dio: l’uccisione del Figlio. Ma lo sguardo di Gesù si proietta oltre la storia che ha davanti a sé: lui guarda ai suoi discepoli e a coloro che saranno chiamati ad accompagnarli nell’esperienza della fede. Anche loro potranno cedere alla tentazione di farsi padroni della sua chiesa. Anche loro potranno dimenticare che la chiesa è di Dio e che per mantenerla nell’alveo di una vera fede occorre tenere ben presente la forza della sua Parola e la storia della salvezza da Lui operata. Anche loro dovranno fuggire dalla tentazione di trasformare la chiesa in uno strumento per realizzare i propri interessi e i propri progetti, continuando così ad eliminare la voce dei profeti e a condannare a morte lo stesso Gesù.
La parabola di Gesù ci obbliga a riflettere se vale anche per noi il rimprovero di vivere un’esperienza di fede in cui abbiamo “scartato la pietra d’angolo” su cui Dio ha costruito la sua chiesa e se possiamo essere in pace con noi di fronte alla condanna che Gesù pronuncia: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. La risposta a questi interrogativi non può essere data che guardando attentamente la realtà. Il profeta Isaia ci ricorda con amarezza la devastazione che il popolo di Dio ha fatto della sua vigna trasformandola in un deserto arido dove crescono rovi e pruni. E Paolo, nella seconda lettura, ci propone una scaletta precisa per verificare se siamo davvero quello che il Signore vuole da noi: quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Non servono molti giri di parole per capire che qualcosa non va e che, forse, anche noi dovremo ricordarci che la chiesa è di Dio e non possiamo viverla e gestirla come vogliamo noi.