II DOMENICA DOPO NATALE

Sir 24,1-4.12-16   Sal 147   Ef 1,3-6.15-18   Gv 1,1-18

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia: questa domenica, la seconda dopo Natale, è un’occasione preziosa per riflettere sul mistero del Natale. Gesù, il Verbo incarnato, esce dalla pienezza della sua divinità per venirci a riempire di grazia. Proviamo a sostare su questa parola per valorizzarne la portata redentiva ed esistenziale. Partiamo da una costatazione che, credo, nessuno può smentire: il mondo così com’è non funziona e ha certamente bisogno di essere redento. È decisamente un’esperienza infernale pensare di vivere all’interno di una casa dove coloro che la abitano si guardano in cagnesco e si alzano ogni mattina pronti a farsi la guerra reciprocamene. Su scala mondiale è quello che avviene per la famiglia umana. E da che mondo è mondo le ricette escogitate dall’uomo per cercare di risolvere in termini positivi il problema della convivenza non hanno prodotto i risultati sperati. Alcune di queste ricette sono degne di essere prese in considerazione perché dimostrano che l’uomo che pensa riesce a trovare nel suo DNA spirituale il buono che, per quanto minacciato dal male, non può essere comunque estirpato totalmente. Ma, purtroppo, tante sono state e sono ancora le ricette che peggiorano la situazione. In ogni caso resta evidente che il mondo così com’è non funziona. Che cosa manca e che cosa a tale proposito ci dice il Natale? Manca la grazia che viene da Dio e manca perché l’uomo non è disposto ad accoglierla.

L’uomo per cambiare realmente la sua storia ha bisogno di una parola autorevole che lo educhi a realizzare l’autenticità della sua umanità. Quello che manca alle ricette che ha saputo trovare con la sua intelligenza è quello che il Verbo incarnato è venuto a dirci ed è venuto a darci: la capacità di amare. Non si tratta solo di non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te ma di amarli senza pregiudizi, senza riserve e senza eccezioni. Amare è molto più che non fare il male: amare è uscire dal proprio io per costruire con gli altri il noi che cambierebbe radicalmente la storia dell’umanità. E questo ad ogni costo: è il senso di quello che Gesù ci propone quando chiede ai suoi discepoli di amare anche i propri nemici e di perdonare fino a settanta volte sette. Per comprendere questa verità e avere la forza per realizzarla abbiamo bisogno di una luce che ci permetta di leggere la storia umana cogliendone gli aspetti positivi per valorizzarli e quelli negativi per contrastarli. La luce è venuta: Lui, Gesù, è “la luce che splende nelle tenebre” e che le tenebre continuano a ostacolare nel tentativo di eliminarla. Ma “le tenebre non l’hanno vinta” e la luce che è Cristo resta splendente per coloro che la accolgono e che si riconoscono “figli di Dio” per essere a loro volta una luce che splende nelle tenebre della storia.

Questa è la grazia: non è semplicemente uno stato d’animo o un miracolo ottenuto dalla misericordia di Dio. È Cristo, Parola e Luce, che accolto con fede fa di noi una porzione di umanità che, come dice il Concilio Vaticano II, è chiamata ad essere in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano. È Lui, Gesù, la Sapienza di cui parla la prima lettura e di cui l’umanità ha urgente bisogno e che noi cristiani siamo chiamati ad accogliere e a testimoniare con la forza dell’amore dentro un mondo che sta diventando ogni giorno di più un luogo oscuro e tenebroso dove il veleno dell’egoismo attecchisce e fruttifica in maniera tragica. Per farlo, per essere veramente discepoli di Gesù, ricchi della grazia che è Lui per trasmetterla agli altri abbiamo bisogno di invocare con l’apostolo Paolo il dono della sapienza per una profonda conoscenza di lui e di chiedere che illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.  

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