La santità: identità, spiritualità, missione

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(Riflessione per il Ritiro del clero di L’Aquila)

Premessa

 “Rallegratevi ed esultate” (Matteo 5,12): è il titolo programmatico dell’esortazione apostolica che il Papa richiama e spiega all’inizio del testo. Le parole del papa meritano una particolare attenzione: “Rallegratevi ed esultate” dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. In realtà, fin dalle prime pagine della Bibbia è presente, in diversi modi, la chiamata alla santità. Così il Signore la proponeva ad Abramo: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1).

È evidente l’intenzione del papa di proporre ai cristiani un itinerario alto a proposito della santità la cui radice sta proprio in quella disponibilità ad affrontare la persecuzione e l’umiliazione per causa di Gesù. 

Un itinerario che è perfettamente sintonico con quello che ci proponeva San Giovanni Paolo II nel 2001 a conclusione dell’anno giubilare: … se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il Battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?». Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). E aggiungeva: È ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone (cf NMI, n. 31).

Il fatto che un papa a 18 anni di distanza dalla Novo millennio ineunte senta l’urgenza di riproporre con forza un’esortazione sulla santità non è certamente da considerare come un evento di ordinaria amministrazione ma è un invito a fare un profondo esame di coscienza:

  • che ne abbiamo fatto di quel è ora di riproporre a tutti con convinzione la “misura alta della vita cristiana ordinaria di Giovanni Paolo II?
  • o più ottimisticamente: a che punto siamo?

Tornando alla sua esortazione, il Papa ci ricorda che il suo obiettivo è quello di far “risuonare ancora una volta da chiamata alla santità” e non ci si deve aspettare un trattato su di essa, con tante definizioni distinzioni. A lui interessa quello che in fondo ha interessato Gesù stesso e che dovrebbe interessare la sua chiesa e tutti noi come pastori: non riempire la testa delle persone di concetti e dottrine sia pure profonde e accattivanti, ma prima di tutto e soprattutto sollecitare la coscienza dei cristiani e, perché no?, di ogni uomo e di ogni donna di buona volontà ad avere il coraggio di mettere in discussione la propria vita alla luce del messaggio evangelico.

È lo stile di Dio. Abbiamo ascoltato domenica scorsa: la parola di Dio “venne su Giovanni, figlio di Zaccaria”. Quel venne su dice una sorta di avvolgimento totale che farà di Giovanni un autentico profeta di Dio se si lascerà soggiogare dalla sua parola. L’incontro con Dio è avvolgente e coinvolgente in maniera totale e, proprio per questo, come suggerisce l’immagine biblica delle nozze che Dio celebra con il suo popolo, il rapporto con Lui è prima di tutto una questione di cuore.

“Sono cinque i pannelli dell’affresco della santità che Papa Francesco dipinge: la chiamata, due sottili nemici, le beatitudini, cinque caratteristiche, la lotta per la vittoria. Non siamo di fronte ad un sistema chiuso compiuto in se stesso, ma ad un affresco le cui pennellate domandano a ciascuno di noi di intervenire, di mettere la propria mano e il proprio cuore dentro la pittura, di prendervi parte e di trovare il proprio posto”: così Maurizio Gronchi nell’introduzione all’esortazione.

Proviamo insieme a individuare, sia pure in maniera sintetica e non certamente esauriente, il nostro posto tenendo conto che il papa non ci facilita il compito dal momento che l’esortazione non è rivolta a noi e non ha neppure un capitolo o un numero dedicato espressamente a noi.

In che modo l’Esortazione interpella noi presbiteri: quale santità

“Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi”: questa affermazione che può sembrare pleonastica dal momento che il papa ha parlato chiaramente della chiamata di tutti alla santità, va invece presa molto seriamente. Il papa, con il suo linguaggio semplice e immediato, vuole invece dire due cose molto importanti:

  • Al popolo di Dio chiede di abbandonare l’idea che la santità sia riservata solo per coloro che scelgono il sacerdozio o la vita religiosa e quindi ci sia l’alibi per dispensarsi dal percorrere questo cammino
  • Ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose fa capire chiaramente che la santità alla quale sono chiamati non è diversa da quella di ogni battezzato e che dunque non debbono cadere nella tentazione di sentirsi dei privilegiati: il loro posto nella chiesa non consiste nell’essere partecipi di una santità diversa ma di essere diversi nella comune santità alla quale tutti sono chiamati.

Ed è proprio questa diversità che dobbiamo saper individuare leggendo l’esortazione come ministri ordinati o come religiosi. Tenendo conto che per noi vale tutto ciò che il papa dice a proposito della santità, credo che per tratteggiare in maniera più specifica quello che ci deve particolarmente interessare possiamo muoverci su tre direttive:

  • L’identità
  • La spiritualità
  • La missione

Il punto di partenza che vale per tutti e dunque anche per noi è quello che il papa ci ricorda quando dice: …il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4). Sappiamo bene che la carità per un cristiano non è semplicemente una virtù da esercitare, ma è la sua identità che nasce dalla relazione con Dio. Una relazione che affonda le sue radici nel mistero della creazione e che Dio, l’AMORE, ripropone nel mistero della redenzione. Con una sottolineatura: il rispetto della libertà dell’uomo. Dio/Amore lo sceglie ma l’uomo è, con la sua libertà, di fronte a Lui e solo se vuole risponde immergendosi in quell’Amore.

Vale per tutti sapere che la santità si gioca su questa dimensione: la partecipazione alla vita stessa di Dio immergendosi in Lui che è AMORE. È proprio questo aspetto che il papa sottolinea quando parla della santità che si concretizza nei gesti più umili di persone semplici che li fanno spinti dall’amore. Un messaggio che evidentemente non può che rallegrarci perché vale anche per noi il fatto che non siamo chiamati a compiere gesti straordinari per camminare sul sentiero della santità: importante che il nostro quotidiano fatto di tanti gesti piccoli e talvolta irrilevanti abbia sempre il sapore dell’amore.

L’identità: chiamati ognuno per la sua via

Ma dopo averci invitato a guardarci attorno e a riconoscere la santità diffusa e incarnata dalle persone più semplici e a non escludere da questo sguardo anche la santità presente “fuori dalla chiesa cattolica e in ambiti molto differenti”, il papa ci invita a fare un passaggio molto significativo: Tutto questo è importante. Tuttavia, quello che vorrei ricordare con questa Esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16).

A questo punto, mi sembra, possiamo cominciare a sentire come rivolto a noi l’invito a prendere in considerazione quello che papa Francesco dirà. Qui entra in gioco in maniera specifica la nostra identità in quanto chiamati, così come il papa stesso ci fa capire quando cita il Concilio Vaticano II: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» (n. 10)

Le coordinate della nostra identità risultano a questo punto molto chiare:

  • siamo quello che siamo perché chiamati dal Signore ad essere santi come Lui è santo: il nostro tratto distintivo, dunque, è quello di convergere tutti verso la sorgente della nostra identità condizione indispensabile e fondamentale perché si realizzi in noi e attraverso noi quella comunione che Gesù invoca quando prega ut unum sint
  • ma “ognuno per la sua via”. Innanzitutto sul piano dell’essere: la chiamata non annulla quello che siamo: ciascuno di noi è una parola pronunciata da Dio unica, originale e irripetibile e la comunione alla quale simo chiamati non è quella degli omogeneizzati ma, se mi è consentita l’immagine, è quella della macedonia.
  • C’è poi un altro piano: quello del fare. Siamo chiamati alla santità ciascuno nel compito che gli viene affidato e nel posto in cui viene a trovarsi

 

La spiritualità

L’esortazione ci offre molteplici spunti per comprendere in che modo possiamo rimanere fedeli alla nostra identità. Il papa dà per scontato e non sente il bisogno di soffermarsi a spiegare i mezzi di santificazione che già conosciamo: i diversi metodi di preghiera, i preziosi sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione, la direzione spirituale, e tanti altri (n 110). Lui ce ne suggerisce alcuni che spera possano risuonare in maniera speciale.  Li elenco:

Al cap. IV:

Sopportazione, pazienza e mitezza

Gioia e senso dell’umorismo

Audacia e fervore

In comunità

In preghiera costante

Al cap. V:

Il combattimento e la vigilanza

Il discernimento

 

 Tra questi vorrei solo sottolineare il discernimento.  

Così ne parla papa Francesco: Ricordiamo sempre che il discernimento è una grazia. Anche se include la ragione e la prudenza, le supera, perché si tratta di intravedere il mistero del progetto unico e irripetibile che Dio ha per ciascuno e che si realizza in mezzo ai più svariati contesti e limiti. Non è in gioco solo un benessere temporale, né la soddisfazione di fare qualcosa di utile, e nemmeno il desiderio di avere la coscienza tranquilla. È in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi conosce e mi ama, quello vero, per il quale io possa dare la mia esistenza, e che nessuno conosce meglio di Lui. Il discernimento, insomma, conduce alla fonte stessa della vita che non muore, cioè «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3) (n. 170)

E aveva detto nel numero precedente:

 Il discernimento è necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi, oppure quando si deve prendere una decisione cruciale. È uno strumento di lotta per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere. Molte volte questo si gioca nelle piccole cose, in ciò che sembra irrilevante, perché la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane. Si tratta di non avere limiti per la grandezza, per il meglio e il più bello, ma nello stesso tempo di concentrarsi sul piccolo, sull’impegno di oggi. Pertanto chiedo a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza. Al tempo stesso, il discernimento ci conduce a riconoscere i mezzi concreti che il Signore predispone nel suo misterioso piano di amore, perché non ci fermiamo solo alle buone intenzioni. (n. 169)

La via per non indebolire o rinnegare la propria identità è ben indicata:

  • Bisogna coltivare ogni giorno il dialogo con il Signore che ci ama per ottenere da lui il dono di grazia del discernimento
  • È questo dono che ci consente di attingere sempre alla fonte della vita che non muore e di intravedere costantemente il mistero del progetto unico e irripetibile che Dio ha per noi
  • E ci consente di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere.

Quest’ultima annotazione mi sembra più che mai importante perché ci ricorda che la nostra identità non è e non può essere statica, fissa, immutabile ma è dinamica ed è autentica quando ogni giorno cerca di aprirsi alla novità di Dio e di percorrere la strada che ci porta ad essere perfetti come Lui è perfetto.

La missione

Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché «questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo (19).

Più avanti:

Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno. (n. 25)

Non dimentichiamo che il messaggio è rivolto a tutti. Ma è proprio questo che lo rende ancora più impegnativo e vincolante per noi se non vogliamo cadere nella condanna di Gesù che rimprovera coloro che chiedono molto agli altri senza prima dare l’esempio.

La missione ha una specifica caratteristica che va sottolineata con forza: prima di pensarla in relazione al mondo dobbiamo pensarla in relazione a Dio. Noi siamo chiamati ad essere la missione attraverso la quale Lui nel suo disegno intende incarnare nella storia il suo vangelo per costruire il suo Regno.

Da qui la conseguenza: siamo chiamati ad identificarci con Cristo, a pensare i suoi pensieri, a desiderare i suoi desideri tenendo conto che il suo Regno è un regno di amore, di giustizia e di pace per tutti.

E allora tutto si deve compiere alla luce del Maestro:

Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla è più illuminante che ritornare alle parole di Gesù e raccogliere il suo modo di trasmettere la verità. Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cf Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita. (n. 63).

La missione consiste nel fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini disposti ad andare controcorrente. Quindi il papa richiama un altro stupendo capitolo del vangelo: il giudizio universale di Mt 25,35-46 e dice:

 Essere santi non significa, pertanto, lustrarsi gli occhi in una presunta estasi. Diceva san Giovanni Paolo II che «se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi». Il testo di Matteo 25,35-36 «non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo». In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi (n. 96).

Conclusione

Le ultime parole ci proiettano decisamente verso quella che certamente possiamo considerare la preoccupazione costante di papa Francesco: la chiesa non si limiti a fare la scelta preferenziale dei poveri, ma concretamente esca per andare loro incontro, là dove li trova, così come li trova per aiutarli a rimettersi in piedi nella dignità e nella libertà. La chiesa in uscita, come ormai abbiamo tutti imparato.

Ritengo però che, anche alla luce di quello che il papa continuamente ci dice, abbiamo bisogno anche di lavorare per una chiesa in entrata a cominciare da noi.

Dobbiamo ritornare dall’esilio:

  • L’esilio dalla Parola: da annunciare con parresia
  • L’esilio dai sacramenti: da celebrare con dignità e serietà
  • L’esilio dall’etica: da trasmettere non come una serie di norme e di precetti da osservare ma come un’esperienza da vivere, come un linguaggio, quello del vangelo, da imparare.

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